Il consumatore con l’AI in tasca

Questo mese torniamo su un tema di nicchia, quasi caduto nell’oblio: l’intelligenza artificiale (!).

Oggi proviamo da un’angolazione diversa: non cosa fa l’AI alle insegne, ma cosa fa ai loro clienti. E di conseguenza, agli scaffali.

Il punto di partenza ho sottoposto a ChatGPT un prompt lungo ed articolato (che quindi non riporto integralmente) il cui sunto è: “Ho tendenza a spendere troppo, aiutami a fare la spesa in modo più razionale”. Volevo leggere la risposta per capire l’approccio dell’AI al problema: che tipo di informazioni offre e da quale angolazione avrebbe affrontato la richiesta. È qualcosa che potrebbe fare un cliente, poi copia i consigli, li salva nelle note del telefono e li porta con sé tra i frigoriferi.

Scena di fantasia? Non credo. L’idea mi è venuta osservando che già chiedo all’AI per acquisti più impegnativi: elettrodomestici, abbonamenti, scelte tecniche. E se funziona per un frigorifero, perché non per il burro? La soglia di attrito si abbassa ogni settimana. Chiedere consiglio costa zero fatica e zero imbarazzo. L’AI non giudica, non si stufa, non ti vende niente (per modo di dire). È il consulente più paziente del mondo. E ricordiamolo, quello a cui le persone non hanno vergogna a chiedere qualunque cosa, almeno per il momento.

I dati confermano che non siamo casi isolati. Secondo una ricerca Salesforce del 2024, il 17% dei consumatori ha già utilizzato strumenti di AI generativa per supportare le proprie decisioni di acquisto. Sarebbe una persona su sei. I numeri poi si impennano per dati più recenti a seconda delle fonti 32% (Ayden), 39% (McKinsey), 47% (Accenture) e 82% (Hotwire Global)! Qualunque sia il dato più reale, sono cifre non risibili. E destinate a crescere.

Cosa chiede il cliente all’AI

Il tipo di prompt che un consumatore elabora in questo contesto è abbastanza prevedibile. Vuole sapere come non farsi fregare dai trucchi psicologici del supermercato. Vuole capire quando un’offerta è vera e quando è sceneggiatura. Chiede alternative economiche agli ingredienti costosi. Vuole una regola semplice per scegliere tra marca e private label.

L’AI risponde con elenchi ordinati, fonti citate, logica lineare. Niente emozioni, niente distrazioni. La risposta che ottiene è, in sostanza, un manuale di sopravvivenza dalla corsia.

E il manuale funziona. Dice cose vere: che gli scaffali ad altezza occhi tendono ad ospitare i prodotti più redditizi per l’insegna, che il prezzo al chilo è l’unico confronto onesto tra formati diversi, che molti prodotti a marchio del supermercato superano i test di qualità cieca rispetto alle marche. Non sono segreti. Sono informazioni che esistevano già, sparse tra associazioni dei consumatori, giornalisti specializzati, blog di risparmio. L’AI le ha solo rese consultabili in trenta secondi, da chiunque, in qualsiasi momento.

La prossima volta proviamo a ragionare sullo scenario e le sue implicazioni nella GDO.

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