L’AI fa la lista, il supermercato fa i conti

Ci siamo lasciati vedendo come il consumatore stia iniziando a usare l’AI per prepararsi alla spesa prima ancora di entrare in negozio.

Perché è uno scenario realistico per la GDO

C’è una tendenza a liquidare questi scenari come fenomeni da early adopter, roba da nerd con troppo tempo libero. Sbagliato. L’adozione dell’AI nei comportamenti quotidiani segue una curva che assomiglia molto a quella degli smartphone: lenta all’inizio, poi verticale. E la GDO ha già vissuto questa storia due volte. Prima con i comparatori di prezzi online, poi con le app dei supermercati stessi. Ogni volta che un consumatore ha avuto accesso a più informazione, il suo comportamento in store è cambiato.

Questa volta la differenza è la personalizzazione. Un comparatore di prezzi dice quanto costa la pasta della marca scelta in dieci supermercati della zona. L’AI dice: “Data la tua situazione, con quel budget, per quattro persone, la pasta del supermercato ti costa il 40% in meno e nei test blind la differenza non si percepisce”. Non è la stessa cosa.

Il consumatore con l’AI in tasca non è più un compratore che reagisce agli stimoli del punto vendita. È un compratore che arriva con una strategia già formulata. Ha già deciso che guarderà in basso sullo scaffale. Che il 3×2 lo valuterà al prezzo unitario. Che proverà la private label sul riso e sullo yogurt, non sulla mozzarella. È un cliente che ha fatto i compiti.

Le implicazioni per l’insegna

E qui diventa interessante. Tutto il sistema di merchandising della distribuzione moderna è costruito sull’asimmetria informativa. Non in senso cospirazionista: semplicemente, il retailer sa molte più cose del consumatore su come funziona l’attenzione umana in uno spazio fisico. Quante volte al giorno i clienti si fermano davanti a una testata di corsia. Quale posizione sullo scaffale massimizza la presa del prodotto. Quanto vale, in termini di sell-out, un espositore in prossimità delle casse.

Quella conoscenza si traduce in accordi commerciali con le marche, in fee di posizionamento, in promozioni costruite per sembrare più vantaggiose di quanto siano. Non è illegale, non è immorale: è il mestiere della distribuzione da ottant’anni.

Il consumatore informato dall’AI non abbatte questo sistema dall’oggi al domani. Ma lo erode. Un cliente su sei che entra con una bussola diversa non cambia i fondamentali della categoria. Uno su tre inizia a farlo. E la direzione del cambiamento, storicamente, non si inverte.

La domanda che vale la pena farsi adesso, prima che il fenomeno diventi strutturale, è questa: cosa può fare un’insegna quando il vantaggio competitivo basato sull’asimmetria informativa si riduce? La risposta non è semplice, e non è lineare.

Possiamo chiederci subito alcune cose: categorie più esposte, strategie di risposta possibili, e perché questo scenario potrebbe essere, paradossalmente, un’opportunità per i retailer che hanno il coraggio di giocare d’anticipo.

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